Le infezioni correlate all’assistenza sono le infezioni che il paziente contrae durante il percorso di cura e che non erano presenti al momento del ricovero. Sono in larga parte prevedibili e prevenibili, e restano una delle voci più pesanti — in vite e in denaro — dei sistemi sanitari europei.
Che cosa sono
L’Organizzazione mondiale della sanità le definisce un «grave problema per la sicurezza dei pazienti». Non riguardano soltanto chi è ricoverato: possono contrarle i pazienti, il personale sanitario, i visitatori.
Le conseguenze che l’OMS elenca sono una degenza più lunga, disabilità di lungo periodo, una maggiore resistenza dei microrganismi agli antimicrobici, un onere finanziario aggiuntivo per i sistemi sanitari, costi elevati per i pazienti e le loro famiglie, e un eccesso di decessi. Stime globali non esistono ancora, ma dai lavori pubblicati emerge che ogni anno nel mondo le persone colpite si contano a centinaia di milioni.
Quanto pesano in Europa
1 su 20pazienti contrae un’infezione durante il ricovero, pari al 6 per cento: oltre 3,5 milioni di casi l’anno, ossia 81.000 persone ogni giornoECDC ·
7 mlddi euro l’anno di spesa aggiuntiva per i sistemi sanitari, e 16 milioni di giornate di degenza in piùECDC · il costo a carico dei pazienti e delle famiglie non è mai stato calcolato
110.000decessi l’anno di cui le infezioni correlate all’assistenza sono concausa; oltre 37.000 quelli che ne derivano direttamenteECDC
Sono cifre da leggere per difetto. La rilevazione dipende da quanto ciascuna struttura segnala, e i sistemi di sorveglianza non sono uniformi fra i paesi né fra le regioni.
Quali sono le più frequenti
In Italia
| Sede dell’infezione | Quota |
|---|---|
| Vie respiratorie | 24% |
| Tratto urinario | 21% |
| Sito chirurgico | 16% |
| Sangue, confermate in laboratorio | 16% |
In Europa
| Sede dell’infezione | Quota |
|---|---|
| Sito chirurgico | 19,6% |
| Polmonite | 19,4% |
| Tratto urinario | 19,0% |
| Flusso sanguigno | 10,7% |
| Gastrointestinali | 7,7% |
| Basse vie respiratorie | 4,1% |
Da cosa dipendono
Il rischio non nasce da un fattore solo. La letteratura ne individua tre famiglie, e la terza è quella su cui una struttura può intervenire subito.
- Il paziente. Età, genere, stato di nutrizione, condizione clinica, terapie in corso.
- L’assistenza ricevuta. Durata della degenza, disciplina di ricovero, interventi chirurgici, esposizione a dispositivi invasivi, uso di antibiotici.
- La struttura. Dimensioni, percentuale di stanze singole, litri di soluzione idroalcolica consumati, numero di medici e infermieri addetti al controllo delle infezioni, misure di igiene applicate, presenza di ceppi già resistenti in reparto.
Da qui discende la conseguenza che dà senso a tutto il resto: la prevalenza di infezioni fra i pazienti di una struttura sanitaria è un indicatore diretto della qualità e della sicurezza dell’assistenza che vi si riceve.
È la ragione per cui questi dati non riguardano soltanto i clinici. Se il numero di infezioni misura la qualità di un ospedale, allora renderlo pubblico non è un atto ostile verso la sanità: è la condizione perché migliori. Su questo principio poggia il progetto Trasparenza Sanitaria.
Perché sono prevenibili
Una quota rilevante delle infezioni contratte in ospedale si abbatte con misure elementari e a costo quasi nullo, a partire dall’igiene delle mani di operatori, visitatori e fornitori. È la stessa intuizione che Ignác Fülöp Semmelweis dimostrò a Vienna nell’Ottocento, applicata con gli strumenti di oggi: sorveglianza, protocolli, formazione del personale e informazione dell’utenza.
Il legame con l’antibiotico-resistenza
Infezioni e resistenza si alimentano a vicenda: più le infezioni circolano, più cresce il ricorso agli antibiotici, più i batteri diventano insensibili alle terapie disponibili. Uno studio del 2006 stimava che oltre la metà delle infezioni correlate all’assistenza contratte ogni anno in Europa fosse già resistente ai farmaci, con una riduzione drastica delle possibilità di trattamento efficace.
L’OMS ha definito la resistenza antimicrobica una minaccia per le conquiste della medicina moderna, e ha indicato «un’era post-antibiotica» — in cui infezioni comuni e ferite minori tornano a uccidere — non come ipotesi remota ma come possibilità concreta per il ventunesimo secolo.
Buone norme, in assenza di norme
In Italia non esistono ancora protocolli sanitari condivisi e obbligatori per impedire il diffondersi delle infezioni correlate all’assistenza. La normativa nazionale procede in modo disorganico e resta lacunosa, o quanto meno generica.
- Circolare del Ministero della sanità n. 52 del 1985, Lotta contro le infezioni ospedaliere. Primo intervento normativo italiano in materia: avrebbe dovuto avviare un programma nazionale di controllo.
- Circolare n. 8 del 1988, Lotta contro le infezioni ospedaliere: la sorveglianza. Preso atto della difficoltà di adottare sistemi unificati, il ministero affida alle aziende sanitarie locali i criteri di identificazione e classificazione delle infezioni.
- Decreto Balduzzi e legge Gelli-Bianco. Definiscono la posizione dell’azienda ospedaliera nell’applicazione dei protocolli di prevenzione e delle linee guida, anche ai fini dell’esclusione di responsabilità.
In questo vuoto — che riguarda il personale medico, i pazienti in degenza, i visitatori e la routine di pulizia degli ambienti — l’informazione e la formazione a comportamenti corretti restano lo strumento principale.
Che cosa chiediamo
- Una banca dati nazionale con obbligo di segnalazione dei casi da parte di tutte le strutture.
- Protocolli uniformi sull’uso degli antibiotici, per evitare trattamenti difformi e abusi.
- Campagne stabili di informazione rivolte al personale sanitario e all’utenza.
- Pubblicazione dei dati sui sinistri e sui risarcimenti, come già prevede la legge.